Mercoledì, 18 Settembre 2019

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Il MEF ha dichiarato illegittime le maggiorazioni applicate sulla pubblicità dai Comuni

11 dicembre 2018   

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiarito che devono considerarsi illegittime le delibere comunali determinanti aumenti dell’imposta sulla pubblicità e sulle pubbliche affissioni emesse in data successiva al 26 giugno 2012. Per i versamenti illegittimi possono essere presentate al Comune apposite istanze di rimborso.

Con la risoluzione n. 2/DF il Ministero ha fornito chiarimenti in merito all’intervenuta abrogazione della facoltà per i Comuni di disporre gli aumenti dell’imposta sulle pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni (ICP-DPA).

Con tale provvedimento, aderendo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 15/2018, è stato ribadito che devono considerarsi illegittime tutte le delibere comunali approvative o confermative degli aumenti dell’imposta di cui sopra emesse in data successiva al 26 giugno 2012. Tale data, infatti, segna l’entrata in vigore del D.L. n. 83 del 2012, con il quale è stata espressamente abrogata la norma che attribuiva ai Comuni il potere di disporre gli aumenti tariffari (art. 11, comma 10, L. n. 449/1997).

Ne consegue che per i versamenti illegittimi possono essere presentate apposite istanze di rimborso da indirizzare al Comune entro il termine perentorio di cinque anni dal giorno del versamento, ovvero da quello in cui è stato accertato il diritto alla restituzione.

La risoluzione di fatto chiude un lungo dibattito interpretativo, sorto già all’indomani della modifica normativa citata, circa la sopravvivenza delle maggiorazioni adottate dai Comuni per gli anni successivi al 2012.

Molti Comuni ritenevano, infatti, che la novella legislativa non avesse intaccato la loro legittimità ad emanare provvedimenti confermativi degli aumenti già disposti con delibere precedenti al 26 giugno 2012.

L’introduzione dell’art. 1, comma 731, della legge n. 208/2015 aveva contribuito ad alimentare il dibattito interpretativo prevedendo che l’intervento abrogante di cui al D.L. n. 83 del 2012 “non ha effetto per i Comuni che si erano già avvalsi di tale facoltà prima della data di entrata in vigore [dello stesso D.L.]”.

Tale disposizione, secondo l’interpretazione non avallata dal Ministero, avrebbe ripristinato retroattivamente la potestà di applicare maggiorazioni alle tariffe per i Comuni che alla data del 26 giugno del 2012 avessero già deliberato in tal senso.

Tuttavia, dapprima la Corte Costituzionale con sentenza n. 15 del 2018, e, poi, il Ministero, con la già citata Risoluzione, hanno del tutto sbarrato l’accesso a siffatta via interpretativa.

Ad avviso della Corte Costituzionale e del Ministero, il comma 731, della legge n. 208/2015 non attribuisce ai Comuni di cui sopra la facoltà di deliberare le maggiorazioni, bensì si limita a precisare la legittimità degli aumenti deliberati precedentemente al 26 giugno 2012.

Pertanto, tale data segna lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo regime.

Una delibera approvativa o confermativa delle maggiorazioni adottata entro il 26 giugno 2012, legittima la richiesta di pagamento delle stesse da parte dell’ente locale; devono invece ritenersi illegittime tutte le maggiorazioni comunali adottate successivamente, essendo stata in quella data abrogata la norma che legittimava i Comuni a disporre gli aumenti.

In altri termini, dalla data di entrata in vigore del D.L. n. 83/2012, tutti gli atti di proroga impliciti od espliciti che comportano un aumento in tale ambito devono ritenersi illegittimi, essendo contra legem la proroga di una maggiorazione non più esistente.

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